paradigmi universali

(Foto SplashNews)

Ovvero: delle femmine che sono più intelligenti dei maschi anche quando i maschi sono giovani, belli, ricchi, famosi e innamorati. Dimostrazione in tre atti.

Primo. Al tornello di consegna di un pollo fritto drive through: lei fa finta di essere altrove (i. e. un ristorante vero); lui è vanamente camuffato da caricatura di Justin Bieber.
Secondo. Attraversando la strada: lei prima di uscire ha dedicato una riflessione periferica all’eventualità di venire fotografata di spalle mentre correva; lui pure, ma l’ha considerato un enigma inespugnabile.
Terzo. Picnic in collina: lei è già perfettamente padrona dell’arte dello spizzico distratto e un po’ schifato, lui rimarrà convinto ancora per anni che mangiare tanto e male sia roba da duri.

Nessuna coppia, a nessuna età, è mai molto meglio di così.

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tori spelling ossessionata

Tori Spelling era Donna Martin (diplomata) in Beverly Hills 90210 (qui: team Brenda) in sola virtù del fatto che i soldi li metteva papà, e voglio vedere se non me la fate lavorare.

Tori Spelling era – anche da giovane – brutta della irrimediabile bruttezza di chi avrebbe tutto a disposizione – l’estetico, il sartoriale, il chirurgico – e comunque non ce la fa.

Tori Spelling, dopo Beverly Hills, ha fatto poco o niente – a un certo punto il papà è pure morto – e poi ha incontrato Dean McDermott, un ragazzotto mezzo canadese di evidentemente sana, instancabile e assai robusta costituzione.

Con Dean McDermott, Tori Spelling ha concepito Liam, nato a marzo del 2007. E Stella, giugno 2008. E Hattie, ottobre 2011. E un bambino nuovo, la cui attesa è stata proclamata l’altro giorno con allegato documento fotografico. Se per l’annuncio hanno aspettato gli scaramantici tre mesi, pertanto, il quarto figlio in cinque anni nascerà all’inizio del prossimo autunno.

Povera cara, deve essere dura mantenere un’indole competitiva in un mondo in cui Angelina Jolie, oltre a essere la più bella della scuola, è anche quella con l’istinto materno più fotogenico. Ma ognuna combatte come può, e Tori Spelling ha deciso di fare il caso clinico.

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consigli all’arrestando

Foto GettyImages

  1. 1. Commettere il reato a mezzogiorno, col sole dei giusti a picco e nessuna foto in ombra;
  2. 2. vestire di jeans, barba lunga e maglioncino, come per un brunch;
  3. 3. farsi accompagnare da un parente anziano, un nipote d’arte e un amico figo;
  4. 4. poter contare su una mimica collaudata di faccette impertinenti;
  5. 5. uscire in tempo per l’aperitivo, cambiare la giacca e organizzare l’aneddotica.

(A parità di nobili intenzioni, Russell Brand non ha speranza alcuna).

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merenda inclusa

[175 anni di tiffany & co.]

adesso mi mancano solo una petite robe di givenchy e il metabolismo di audrey hepburn.

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magari tra vent’anni

Ci sono giorni in cui il mondo dovrebbe chiudere, e la gente poter tornare a casa a piangere.

[era la prima sera dell'ultimo sanremo, l'altro giorno. lucio dalla è arrivato, con la faccia storta di quello che si prende sul serio e ti prende per il culo – o viceversa: non si capiva mai. e io ho pensato che non importava quale mediocre vaccata avrebbe cantato con pierdavidecarone – santo cielo – di lì a poco. non importava niente. quella era una faccia cui avrei voluto bene sempre]

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the greatest pain of all

(Foto LaPresse)

Mi ricordo benissimo il momento in cui ho capito che la vita non è democratica. Come molte illuminazioni della mia prima adolescenza, avvenne guardando Deejay Television (per chi non c’era: il romanzo di formazione di noi ragazze di una certa età è andato in onda per anni, subito dopo pranzo, su Italia1. È così che abbiamo imparato l’inglese, per dire, o ci siamo perdutamente innamorate di Jovanotti nei secoli dei secoli). E insomma era un pomeriggio qualunque, dopo una qualunque mattinata disperante come solo la scuola media, e una tizia con un fiocco in testa cominciò a cantare una canzone allegra.

Prima evidenza dell’antidemocraticità della vita: quella tizia, con quel fiocco in testa, era fighissima. Più di Madonna? Non so: non era neanche lo stesso sport. Madonna ne faceva un manifesto, quella tizia sembrava trovarlo piuttosto divertente. E sì, lo so che in tv è sempre tutto finto, ma in quella tizia divertita col fiocco ho visto – non sarà stata la prima volta, rimane la più memorabile – come funziona quando l’obiettivo principale non è finire nelle fantasie dei maschi in ascolto. Funziona che ti diverti di più.

Seconda evidenza dell’antidemocraticità: la tizia aveva la voce della stessa razza del sorriso. Senza sforzo (apparente), senza un obiettivo dichiarato. Credibile pure con gli orecchini di plastica e l’ombretto pervinca, ché provateci voi a farvi prendere sul serio conciate così, financo nei variopinti anni 80.

Terza evidenza: niente serve. Mai a niente.

Perché quando ieri sono andata a guardarmi lo stesso video – How will I know – mi sono accorta che di quella Whitney Houston tutta colorata conservavo giusto un ricordo impressionista. Per il resto: zigomi gonfi e aria stralunata, nel vivido dettaglio. E la malinconia – minuscola, vagamente aliena – di comporre tutte insieme le facce, le storie, le vergogne. Una sopra l’altra, insieme alla sconcertante rivelazione che quello che a 15 anni ascoltavo sospirosa come fosse la dichiarazione d’amore definitiva – «The ride with you was worth the fall, my friend» – non era che un equivoco struggente: l’amore non ha niente a che vedere col declino. E quella dell’artista dannato è una favola scema: nessun talento è più forte del dolore.

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non tagliare i tuoi capelli mai (team demi)

Tutt'ossa (Foto Getty Images)

Innanzitutto: sia chiaro che – qualunque cosa debba diononvoglia succedere a Demi Moore nelle prossime settimane, ma pure mesi – riterrò Ashton Kutcher direttamente responsabile. È ingiusto, sì. Vedrà di farsene una ragione.

Ma il crollo a picco di quella splendida signora, già titolare di un matrimonio con Bruce Willis perfettamente riuscito (si capisce dal divorzio) e di uno tra i migliori patrimoni genetici in circolazione (non si capisce dalle figlie, no), quel suo ridursi ad argomento di scaricabarile tra paramedici confusi è un affronto imperdonabile.

Alla favola dell’amore che vince su tutto, certo, compresa la differenza di età – anche se le più meschine tra voi staranno pensando «Non poteva durare» (vergogna). Ma soprattutto: all’illusione che il cuore spezzato fosse una malattia infantile, e che – insieme alle rughe sulle ginocchia – una guadagnasse almeno il passo per allontanarsi dal fallimento con decoro.

E invece no. Non importa quanto scorticate siano le suole delle prime Louboutin, davanti a uno stronzo che se ne va ci trasformiamo tutte in Britney Spears. Solo: più vecchie.

Solo: più disperate.

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sorella povertà (vita e stenti di tamara ecclestone)

Tamara Ecclestone

Non so da che parte iniziare a parlarvi di lei. Cionondimeno è necessario: tra poco più di un mese comincia Sanremo e per allora converrà sappiate tutto, o rischiate di non godervi l’evento nella sua pienezza.

Anagrafica: Tamara Ecclestone nasce a Milano il 28 giugno 1984 da madre modella croata (Slavica, cm 188) e padre imperatore della Formula 1 (Bernie, cm 159). Cioè: Tamara Ecclestone parla italiano (meglio di quanto Elisabetta Canalis parli inglese, quantomeno), ha le gambe lunghe, e molti – moltissimi – soldi.

Talmente tanti che quando ha deciso di concedersi in un mini reality su Channel 5 (tv inglese) l’ha chiamato Billion $$ Girl. Un ammirevole sfoggio di modestia: a voler essere precisi, la disinvolta Tamara può contare su un patrimonio personale di tre miliardi di sterline. Del resto – ripete incessantemente mentre un’ancella le massaggia i piedi e un’altra si prende cura dei boccoli (non tutti originali) lasciati cadere mollemente à la Middleton – lei è una ragazza semplice, e per niente viziata.

Merito del papà, innanzitutto, che una volta passando in rassegna il conto della carta di credito le fece una scenata per i 30 pound di manicure. Risparmiando sui quali, probabilmente, è riuscito a regalarle una casa da 45 milioni che risolve una volta per tutte il cruccio della vecchia piscina: troppo piccola, troppo buia.

La casa nuova, invece, ha una vasca da bagno di cristallo, una discoteca, una pista da bowling e un salone di bellezza: di che far crepare di invidia Barbie Mille e una notte. Ma soprattutto: mette a disposizione dei cani di casa (il più stronzo dei quali si chiama Prince, e si fa punto d’onore di dar retta a chiunque altro) una spa dedicata. Ché portare le bestie in macchina tutte le settimane da Harrod’s per shampoo e massaggio è fatica pure per una come lei, così abituata al sacrificio. (E no, non può prendere la metropolitana: soffre di claustrofobia).

In quanto ragazza semplice, poi, a Tamara piace fare shopping: «C’è gente che colleziona arte, o auto d’epoca. Io colleziono Birkin» (la mia idea era di contarle tutte, ma a un certo punto mi sono persa: sarà stato per via della trama avvincente).

Come le più sfortunate di noi, Tamara ha i brufoli (che tratta ambulatorialmente) e un un fidanzato: Omar. Che è brutto (peggio: grasso) e così cattivo da mettersi a fare lo spiritoso con la ex in discoteca fino a farla scappar via (Tamara – il mascara grondante lacrime).

Quel che è più grave, Omar è tirchio. La scena in cui lei, dopo aver dovuto scandire il preciso modello di orologio da farsi regalare per il compleanno, è pure costretta a ricordargli che comprandolo a Dubai avrebbe risparmiato, e per cortesia la piantasse di fare tutte quelle scene, è da manuale di relazione avariata. Oltre che di economia domestica.

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scienza, non fantascienza

Tamara, il ritratto della salute (Photo by Stuart Wilson/Getty Images)

Come forse avrete notato, i fighi – o sedicenti – avvertono l’obbligo morale di imputare il loro splendore a un qualunque rimedio, meglio se naturale, opportunamente fastidioso e/o di vaga reperibilità. In questo modo, a noi viene voglia di provarci: con qualche sforzo accrocchiamo un’imitazione plausibile, quindi falliamo con ignominia e contestualmente celebriamo l’irraggiungibilità del modello.

Quelli di Sense About Science, però, credono di essere più furbi. E pretendono, in un opuscoletto di inizio anno, di ribattere alle dichiarazioni famose con argomentazioni scientifiche. E risultati imbarazzanti.

La guru del benessere per bionde naturali Gwyneth Paltrow, per dire, su Goop ha partecipato entusiasta i risultati del suo programma detox: lucidità mentale e opportuno smagrire. Come a una bambina scema, le risponde il Dr Christian Jess, medico generico e presentatore tv (la flessibilità innanzitutto): «Il nostro corpo è provvisto di un perfetto meccanismo disintossicante: fegato e reni. Non servono regimi speciali, molto meglio dormire bene e bere tanta acqua».

Giuro: tanta acqua.

Al cui proposito: Pippa Middleton è convinta che sciacquare i capelli con acqua gelida «chiuda i pori e dia lucentezza». E trovo estremamente sgarbato, da parte della dottoressa Frauke Neuser, ricordarle che i capelli non hanno pori - «al più: cuticole». E pure un po’ destabilizzante: l’acqua fredda in testa tempra, e ci hanno sempre detto che è il carattere il primo segreto di bellezza.

Tamara Ecclestone, poi, è convinta il suo formidabile sistema immunitario sia dovuto all’appuntamento mensile con l’agopuntore. Il professor Peter Lachmann, immunologo, risponde con sprezzo di ogni buon senso: «Figuriamoci, se sta meglio dopo l’agopuntura si vede che prima stava male». E non: «Anche essere una ventenne multimilionaria con quattro cameriere di separazione tra il cachemire delle sciarpe e i virus di stagione, generalmente, male non fa».

Infine a Gisele Bündchen, che a proposito delle creme solari sostiene di non avere nessuna intenzione di spalmarsi addosso certi veleni sintetici, il farmacologo Gary Moss replica con la piena potenza della scienza sperimentale: decine e decine di test vengono svolti su composti e componenti per garantirne la non pericolosità sugli esseri umani. Come se Gisele fosse di questo pianeta.

Più che la scienza, servirebbe rigore. E cioè: dovrebbe esserci una tassa – parallela a quella sui grassi. Una tassa sui consigli sfacciatamente inutili, sui capelli lisci, sulla fighezza impunita, su Angelina Jolie. Una tassa per chi beve troppa Evian.

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barbie sol dell’avvenir

il camper di Barbie

Il camper di Barbie anni 70 (ahimé irriproducibile in compensato)

Il nuovo camper di Barbie è oggetto di bellezza sublime. Non: in quanto giocattolo, né: nell’universo di riferimento di una cinquenne. Proprio: una bellezza sublime. In assoluto.

Il nuovo camper di Barbie (per distinguerlo dal vecchio camper di Barbie, quello giallo col tavolinetto a ribalta che i miei genitori – come sarà vieppiù evidente in seguito – non mi hanno mai comprato) è rosa, ha la piscina a forma di cuore, l’amaca telescopica e il televisore al plasma.

Inoltre, il nuovo camper di Barbie ha il gabinetto. E siccome la mia preparazione su accessori e complementi di Barbie soffre di un vergognoso gap ventennale, sono giorni che mi chiedo inquieta quando abbiano cominciato a prevedere le tazze del cesso. Quella della mega villa a Malibu – per dire – ha la tavoletta rosa coi merletti. A me pare anche vagamente irrispettoso.

Comunque, il nuovo camper di Barbie io gliel’ho comprato. Anzi, peggio: mio padre. Lo stesso che, trent’anni dopo, ancora sostiene come quattro tavole di compensato incollate fossero una «casa di Barbie» indubbiamente appropriata per forma e per sostanza. D’altra parte, s’intonava perfettamente ai giocattoli di legno e spigoli vivi portati come fossero doni esclusivi da Jugoslavia, Cecoslovacchia, Unione Sovietica e altri paesi che non esistono più – sarà un caso?

Il nuovo camper di Barbie lui gliel’ha comprato – quindi – e io, con la scusa di mettere in ordine, ci ho già giocato due volte (tutt’e due approfittando dell’elegante gabinetto). Prima e dopo, ho intrattenuto parenti e amici con l‘elenco dei giocattoli negati: il camper (che avevano tutti, anche i bambini poveri); la casa con l’ascensore (mica la villa a tre vani, quella sì era extralusso); la macchina (una qualunque).

Non so quale parente dissidente fosse riuscito a introdurre la vasca-da-bagno-che-faceva-la-schiuma-vera, a lui va la mia eterna gratitudine, ma nessuno riuscì mai a procurare un Ken. Un Ken, santocielo: i miei genitori erano ideologicamente contrari al Ken.

E infatti guardatemi, come sono cresciuta morigerata. Tutta romanzi russi in saldo e Louboutin a prezzo pieno.

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